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Liquid Frame, Storia di un progetto musicale
intervista a cura di Fabio Bonetti

Da “New Age” a “Liquid Frame”: i primi passi.

 

Fabio Bonetti (FB): Cominciamo dalle circostanze che vi hanno portato a collaborare.

Paolo Folzini (PF): Semplicemente, ad un certo punto, io necessitavo fortemente di un professionista con cui portare avanti un discorso non sterile, come potrebbe essere quello del compositore al computer, che programma, che compone pezzi MIDI, che campiona pezzi d’altri e che, però, non potrà mai raggiungere una piena maturità artistica. Mi era stato acquistato un brano per la “New Age & New Sound”, la casa editrice di testate come “New Age magazine”, “Nuova era”, “Acid Jazz”. Da qui si sono aperte nuove prospettive che si vanno realizzando; abbiamo venduto un paio di pezzi a loro, ne stavamo vendendo un terzo quando l’azienda è fallita. Questo per tutto l’inverno scorso. Abbiamo esplorato diversi generi, al di là della pura e semplice new age.

FB: Ho avuto modo di constatare che siete piuttosto eclettici.

PF: In primo luogo perché usiamo un computer, che ti permette di spaziare attraverso diversi generi che non si potrebbero suonare – a parte lui, si intende… (indica Marco Pieri) – con la limitazione che può dare lo strumento. Un gruppo alla Litfiba non potrebbe fare un concerto fusion; il chitarrista di questo gruppo, con le competenze tecnologiche adeguate, potrebbe fare fusion con l’ausilio di mezzi digitali. Il computer ti consente di non avere preclusioni. Non solo: sia io che Marco veniamo da esperienze musicali, generi, e anche epoche diversissimi, a parte il rock anni ’70 e ’80, ovvero i classici che avevamo ascoltato entrambi… Io ero già da tempo orientato verso una dimensione più elettronica, con computer, sequencer. Lui invece…

Marco Pieri (MP): Vedi curriculum… Avevo già esperienze professionali alle spalle: Gene Gnocchi, ecc… Esperienze che ti portano a vedere le cose in maniera più “da strumentista”, in maniera più particolareggiata, di più ampie vedute. Non pensi più solo al tuo modo di suonare, ma inizi a pensarlo in un contesto, quello dei suoni, della pulizia, della precisione. E la tua maturità ne risente positivamente, a maggior ragione se pensi che poi mi sono dedicato anche alla registrazione. Quindi ora preferisco un lavoro più preciso, magari meno passionale come può esserlo un concerto dal vivo, ma più particolareggiato. Un chitarrista che pensa alla chitarra, ma non alla batteria, è sicuramente limitato; a priori, la sua chitarra ci deve essere, indipendentemente dal contesto.PF: Al di là delle differenze apparentemente inconciliabili, da parte mia esisteva un’ammirazione notevole per il lavoro di Marco, che pure apparteneva ad un genere che non sentivo mio. E in questi mesi abbiamo avuto modo di saggiare le potenzialità di una collaborazione.

MP: E di scoprire alcuni punti in comune, dove sono emerse le nostre compatibilità.

PF: E pur lavorando spesso separatamente, in questo periodo abbiamo in primo luogo innalzato il livello qualitativo, ma soprattutto abbiamo sviluppato una maggiore interazione nei termini di scambi culturali.

MP: Un’interazione al di là dell’aspetto puramente tecnico, che si sposta anche sul piano personale influendo positivamente sul lavoro. Oggi un tuo consiglio non è più uno fra tanti.

PF: Non abbiamo ancora l’ambizione di essere originali, ma sicuramente tutto questo conferisce personalità al lavoro: la sua parte strumentale, le sue idee, insieme alla componente elettronica, quella più acida, che è la mia.MP: E quando questa interazione si sviluppa appieno nasce un buonissimo gruppo. Era più facile una volta, forse… Adesso, l’interazione non è più tra strumentista e strumentista, ma conta l’ambientazione, l’elettronica, il suono complessivo. L’interazione tra musicisti è mediata dal lavoro di studio. Non è più importante la vicinanza del mio strumento al tuo, ma la nostra vicinanza ad un ambiente, ad una sonorità… a conti fatti, comunque, questa secondo me è una bella cosa. L’importante è non starsi addosso: io non soffoco lui con la mia presenza, e lui fa altrettanto con me.

PF: Portando avanti un progetto comune come “Liquid Frame”, ci sono comunque questioni dove, al di là del semplice parere, io non metto bocca e altri dove lui non mette bocca. E per questo manteniamo anche progetti distinti, dove sviluppare le competenze di ognuno.MP: è un discorso basato sulla fiducia: io mi fido di ciò che fa Paolo, e sono convinto che se ci sarà il terreno su cui costruire un ponte che unisca concezioni musicali diverse, la cosa sicuramente si farà.

Constance e l’acid jazz; Internet e i nostri soundtracks.

PF: Sfumato il progetto “New Age” abbiamo conosciuto Constance Foster, alias Kay Foster Jackson. Lei ci ha dato una connotazione diversa e diverse possibilità, grazie alla sua voce calda, bella. Anche lei effettivamente ha più possibilità qui in Italia che all’estero, qui non ci sono molte cantanti di colore come lei che fanno gospel, è una mosca bianca. Con una cantante di colore, viene subito in mente l’acid jazz. Lei porta in giro per l’Italia uno spettacolo con diverse formazioni, è una professionista di scuola gospel che comunque affronta altri generi, ad ogni modo molto vicini alla sua tradizione. Grazie al cielo, è una persona di ampie vedute e ci ha permesso di farle interpretare cose diverse dal solito.

MP: Constance ha agito come collante tra di noi, creando con l’acid jazz il terreno comune per le nostre due esperienze che già in qualche modo si erano avvicinate.

PF: Io sono acid, tu sei jazz.

MP: Con i parametri di cui si parlava prima, è la prova che i generi musicali si possono incontrare.

PF: Abbiamo iniziato a produrre brani acid jazz, anche se piuttosto vari e un po’ diversi dall’acid jazz tradizionale. Abbiamo finito recentemente e aspettiamo di essere liberi da impegni per dare al tutto una veste grafica, per i bollini SIAE, per la promozione. Circa 200 copie da dare in giro. Tanti musicisti ci hanno detto che facevamo cose che da queste parti si sentono poco. Tutto questo succedeva la primavera scorsa. La cosa più logica era portare avanti un discorso a lungo termine: Internet. Ho visitato siti, legali e non, e ne ho intravisto le potenzialità: dopo di che, con i brani pronti 2-3 mesi fa, li abbiamo spediti ai vari contenitori (mp3.com, Audiogalaxy, Geocities, Vitaminic…), abbiamo lavorato insieme ad un grafico e da circa un mese (due quando l’articolo sarà pubblicato, ndr) siamo in rete. Siamo soddisfatti del risultato, anche se siamo consapevoli di dover scordare il guadagno immediato.

Altri progetti, l’esperienza con una major e il futuro del mercato discografico.FB: Altri progetti?

PF: Abbiamo realizzato il soundtrack di due documentari, due cortometraggi di un tour-operator. Purtroppo non abbiamo potuto fare il lavoro sulle immagini, ma abbiamo dovuto creare la musica prima, però alla fine il lavoro ci è piaciuto. Adesso dovrebbero commissionarci un lavoro per uno spot, sempre dello stesso tour-operator che girerà nei cinema. Saranno trenta secondi, una questione decisamente più complicata.

FB: Contratti discografici?

PF: Io ho avuto un contratto con una major, la EMI, per un singolo, “Sister Mary”, un singolo dance che ho realizzato con Mauro Marcolin. Ho provato cosa voglia dire non essere considerati né informati sulle decisioni che ti riguardano, pur avendo firmato un contratto. Sta di fatto che dopo tre mesi vengono fatti dei tagli, oltre che sul mio, su una decina di singoli di secondo piano (ovvero senza un supporto, una promozione, ad esempio un cantante di successo). Non sto dicendo che sarebbe potuta andare diversamente, solo che in questo momento il mercato discografico non funziona e, grazie a Dio, in questi termini non ha futuro. Sembra un’affermazione un po’ paradossale, ma io sono contento così.

FB: A causa della rete, intendi?

PF: No, no, ci stanno pensando da soli. Tutti danno colpa agli mp3, ai Cd recorder. SIAE, case discografiche… Sono come quei cattolici di tanto tempo fa, o anche quelli di adesso, che chiudono gli occhi piuttosto di correlare il proprio tornaconto ai tempi che cambiano, principalmente attraverso nuove formule commerciali che devono tener conto anche delle altre parti in causa. Gli USA e la Gran Bretagna ci hanno sempre fornito la musica, negli anni ’70 ma anche negli anni ’80, noi stiamo a guardare… i tanto deliranti anni ’80 hanno dato secondo me della buona musica. Se pensiamo agli anni ’80 come a “Self Control” o Sabrina Salerno ok, ma parliamo dell’Italia. La dance però in quel periodo era Frankie Goes to Hollywood, che era gente con due coglioni così. Anche musica commerciale, ma di un certo spessore. Oggi, però, le nuove tecniche di marketing hanno invaso il mercato discografico surclassando qualsiasi discorso di tipo artistico. Vai a parlare di generi musicali ad una major e ti prendono per il culo, si mettono a ridere. Questo ha portato a prodotti a solo uso e consumo di una determinata cerchia di persone non sempre competenti. Gruppi tutti uguali, tutti “felici scoperte” che Americani e Inglesi si stanno contendendo, per un totale svuotamento dei contenuti a favore di altro. Lasciamo pure perdere luoghi comuni come l’immagine – che c’è sempre stata, come parte dello spettacolo – ma il discorso è molto vicino. E i veicoli più veloci, in primo luogo la musica, sono i primi a farne le spese. Adesso questa cosa sta per finire, e noi musicisti underground, che come categoria non esistiamo, possiamo solo esserne felici. I Cd non si vendono più come prima; se prima uno si comprava la cassetta e ne copiava dieci, ora uno si compra il Cd, ne copia venti, e di questi vengono fatte ulteriori copie su nastro. È una cosa che va bene, se serve a dare ai musicisti la possibilità di emergere. I nostri possibli guadagni: per quanto riguarda Marco, vengono dall’attività live e lavori su commissione con me, per me i soldi possono venire solo da quest’ultima fonte. Cose che non hanno niente a che fare con i diritti d’autore e con la vendita pubblica di cd. Questo da una parte è avvilente, dall’altra, anche parlandone con professionisti, ti rendi conto che è una cosa inevitabile, proprio perché nessuno ha intenzione di fare qualcosa perché la cosa non accada.

MP: Anche perché è impossibile impedirlo. Se circolano i cd o i masterizzatori le cose non possono far altro che andare così.

PF: Sì, ma sai che cosa fa la SIAE? Aumenta il costo dei Cd-R. Quelle non sono imposizioni della casa di produzione, sono imposti dalla SIAE per prevenire l’uso che ne verrà fatto. Questo avveniva allo stesso modo con le audiocassette. E anche grazie a questo il mercato discografico in Italia assume certe proporzioni, con costi molto superiori al resto del mondo. Un cd non singolo in rete lo paghi 11-15 dollari, qui lo paghi 40.000. La EMI, di base, lo mette allo stesso prezzo, poi deve fare i conti con le leggi territoriali. Addirittura, la Sony Music ha prodotto il disco di un nostro amico, Fabio Turchetti. Non è stato messo ad un prezzo accessibile, ma a 38.000, ovvero possibilità commerciali nulle.

MP: Come dire, tagliamogli le gambe in partenza.

PF: Un’assurdità. Adesso hanno tutti paura degli mp3, e la SIAE è arrivata anche lì. Stanno facendo un monitoraggio dei siti italiani. Ci sono delle leggi che tutelano il diritto d’autore, e tengo a precisare che come musicisti riteniamo sia giusto che vengano rispettate nonostante le obiezioni che ho espresso; però per commercializzare la mia musica mi devo rivolgere a siti esteri. In Italia cosa succede? Tengo a dirlo, perché questa è una cosa che non va sui giornali, ma arriva a noi come bollettino SIAE. Puoi commercializzare la TUA musica in Internet pagando – SENZA SPECIFICARE se pagando PER BRANO, PER UN NUMERO LIMITATO DI BRANI, PER ALBUM, e già questo è assurdo – dai 100 ai 200 euro mensili. Capisci bene che un musicista emergente non ha speranze; è una cosa assurda, tu devi divulgare, non reprimere. E prova a vedere se trovi un artista che fornisce gratis il suo materiale; anche cose che hanno venduto 20 milioni di copie, vecchie, e che non si trovano più in giro, sono vincolate al contratto con la major, che provvede a passare al setaccio la rete e di ripulirla per bene. “Children” di Robert Miles ne è un esempio. Sono cose assurde.MP: L’emergente si impicca. La rete dovrebbe essere usata per facilitare il gruppo all’esordio, i ragazzi (la musica la fanno loro, e vanno sensibilizzati anche aiutandoli), anche per creare un’alternativa, un punto di riferimento in cui riconoscersi, una questione che va al di là del problema dei diritti, della SIAE, ma anche come fattore di aggregazione.

PF: Io ho fiducia nelle cose che faccio io, che fa Marco, al di là dei guadagni, perché nessuno di noi ha intenzione di fare la vita da pescecane che pensa solo ai soldi. Ci sono ad ogni modo alcune regole che impediscono di esprimersi. O c’erano delle regole, anche perché la questione-Internet è talmente inafferrabile, che non so come il mercato reagirà a questo nel lungo periodo. Io faccio delle ipotesi, ma in questo momento in materia di mp3 le cose non sono chiarissime. Sicuramente esistono più possibilità altrove: ad esempio, negli USA puoi far ascoltare i tuoi pezzi senza alcun impiccio legale. Perché là è legale, non perché se ne sbattono, ovviamente. Se io avessi intenzione di sostenere un investimento, esiste un’associazione di deposito sui diritti d’autore che copre l’ambito della rete. In qualsiasi tribunale la documentazione viene accettata. Nel loro modulo prestampato metti una firma, la copia della tua opera, 30 dollari, e lo spedisci, e il documento viene autenticato a livello internazionale; in questo caso, come nella maggior parte dei siti, nell’elenco delle società sui diritti d’autore la SIAE non compare. Quando mi sono iscritto a mp3.com, dovevo dichiarare a quale io fossi iscritto: tra tutte quelle non americane che comparivano, non c’era la SIAE, che evidentemente tanto onnipotente non deve essere. Fermo restando che anche sul piano internazionale provvede a tutelarti.MP: Sì, però ti fanno pagare per la festicciola, per la serata danzante. A livello musicale, si tende a mantenere lo stato delle cose, e non ci si preoccupa di far crescere.

PF: La prova sono quei musicisti e cantautori che dopo trent’anni non mollano il colpo.

MP: E quello che cresce sotto è rattrappito, se non sei nel circuito preferenziale fai fatica. Ascolto spesso Radio 3, e senti cose che ti domandi da dove vengano. Ti rendi conto che non esiste distribuzione adeguata, e alle spalle c’è al massimo un’etichetta indipendente che ti fa quelle 5000 copie e poi non ce la fa più. Il discorso è schiacciato all’inizio, non c’è nemmeno il tempo di arrivare ad uno scontro ed eventualmente soccombere.

PF: Per il resto sono le grandi radio che controllano il mercato discografico; il successo di un disco, se non lo fanno le vendite, lo fanno gli ascolti; per cui è la radio che di dice cosa promuovere adeguatamente. La macchina dei soldi è sempre più grande, e per controllarla servono altre formule. E, rinnovando le formule, molta gente che con la musica non ha nulla a che fare andrà a fondo. O almeno si spera.

FucineMute ultima modifica: 2014-12-07T00:20:39+00:00 da liquidwo_paolo
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